AMMAZZA LA FESSA DI MAMMATA

– Le ha dato due colpi di scure in testa e poi è scappato… – farfuglia il ragazzo tormentando il suo berretto cencioso davanti al Brigadiere Marrapodi, comandante la Stazione di Saracena.
– Ma chi? Dove? Quando? – gli chiede il Brigadiere che non riesce a far calmare il ragazzo.
– Come chi? Ve lo sto dicendo… ha ammazzato la moglie… a quest’ora sta andando a Castrovillari e poi non lo prendete più!
– Il nome, mi devi dire il nome! A chi vado a prendere se non so chi cercare?
– Ma ve l’ho detto cento volte… Franchino Viola…
– Ripetimi tutto con calma… siediti.
Il ragazzo si siede, tira un lungo respiro e finalmente riesce a descrivere sommariamente la scena di cui è stato testimone la mattina del 21 settembre 1948 nelle campagne di Saracena.
– Stamattina verso le nove stavo zappando con mio padre nel nostro terreno di contrada Fiumicello, a circa 150 metri dal fiume omonimo, quando ho sentito chiamare ad alta voce mio padre da Francesca Frega che era nella sua proprietà dell’altra parte del fiume. “Vieni qua subito!” urlava. Mio padre le rispose che non poteva andare e le urlò di venire da noi. La donna lasciò per terra una cesta e un paniere e quasi correndo arrivò da noi. “Mio marito mi vuole ammazzare! È venuto a cercarmi con la scure in mano…” ha detto. Mio padre le ha risposto di restare con noi perché, eventualmente, l’avrebbe difesa. Dopo pochi minuti è arrivato il marito, Franchino Viola appunto, e ha cominciato a dire: La signora che faceva la femmina buona adesso l’ho sorpresa a parlare con Liuni Trippiedi, intendendo la guardia giurata Leone Di Tommaso. La moglie si è messa a urlare che non era vero e lui le ha intimato di andarsene e di non dire a nessuno che era andato a cercarla con la scure in mano altrimenti l’avrebbe ammazzata e lei gli rispose: “Ammazza la fessa di mammata!”. A queste parole Franchino si è buttato addosso alla moglie per colpirla con la gaccia ma non ci è riuscito perché papà l’ha trattenuto e lui, mentre la moglie scappava, gli ha gridato: “Lasciami sennò il primo colpo è tuo!”. Papà ha avuto paura e l’ha lasciato e Franchino si è messo a inseguire la moglie e l’ha subito raggiunta; l’ha afferrata per un braccio e con tutta la sua forza le vibrava in testa due colpi di accetta, facendola stramazzare a terra. Senza più dire parola è scappato portandosi dietro la scure. Io e mio padre, a questo punto, ci siamo avvicinati alla donna per soccorrerla e papà le ha fasciato la testa grondante sangue con un fazzoletto che la Francesca teneva annodato al collo e poi mi ha detto di venire subito in paese per avvertirvi…
– Ma quando ti sei avviato era viva o era morta?
– Era più morta che viva…
– Ma questo… Trippiedi… tu e tuo padre l’avete visto?
– Né oggi e né prima. Stamattina oltre a me e mio padre nelle vicinanze non c’era nessun altro – il ragazzo è categorico.
Quando i militari arrivano sul posto, a circa otto chilometri dall’abitato, Francesca Frega è già morta e nel frattempo un’altra pattuglia ha bloccato il marito poco fuori dall’abitato, mentre si dirigeva verso Castrovillari.
La povera donna, 57 anni, ha due vaste ferite alla testa. La prima, nella regione occipitale, è di forma triangolare, lunga circa sette centimetri e larga cinque, e lascia intravedere che la parete ossea sottostante non c’è più e la materia cerebrale è spappolata. La seconda, nella regione parietale sinistra, è lunga cinque centimetri e in questa l’osso sottostante è spezzato. Con ferite del genere non avrebbe mai potuto cavarsela.
– Stamattina stavo lavorando nel fondo di cui sono colono quando sono arrivati mia moglie e mio figlio e lei mi ha detto che sarebbe andata a raccogliere fichi nel suo terreno a Fiumicello, mentre nostro figlio sarebbe andato a Lungro a comprare delle medicine che non aveva trovato in paese. Io le consigliai di andare a raccogliere i fichi in un’altra proprietà dove ce ne sono di più e rischiano di marcire sugli alberi, ma lei ha insistito dicendo che a Fiumicello avrebbe raccolto anche dei fagiolini da cucinare per il pranzo. Dopo che se ne sono andati, mi è venuta come un’illuminazione: a Fiumicello aveva appuntamento col suo amante Leone Di Tommaso! Così ho deciso di raggiungerla col proposito, se li avessi trovati in flagrante adulterio, di ammazzarli tutti e due. Quando sono arrivato nei pressi della proprietà ho avuto l’impressione che fosse intenta a raccogliere i fagiolini, ma quando mi sono avvicinato di più l’ho vista in compagnia di Trippiedi e ho cercato di avvicinarmi il più possibile senza che mi vedessero, però mentre attraversavo il fiume mi hanno scorto e non li ho potuti sorprendere, così Di Tommaso è riuscito a scappare. Allora ho gridato a mia moglie: “Dove l’hai fatto scappare il tuo innamorato?”. Lei ha risposto che mi sbagliavo perché era nostro figlio e io le ho fatto notare che nostro figlio stamattina aveva il berretto in testa e l’uomo che era con lei aveva il capo scoperto e che, comunque, nostro figlio era già partito da un’ora per Lungro e non poteva essere lì. Quello che avevo visto era proprio Leone Di Tommaso! Lei continuava a insistere che mi sbagliavo e che quello era nostro figlio. Chiamalo! Se è nostro figlio si volterà! Le ho detto. Lei lo ha chiamato ma invece di voltarsi quello che stava chiamando, ha risposto il nostro vicino. Avevo ragione io, così sono andato a controllare nelle piante e ho notato che erano piegate come se qualcuno ci si fosse rotolato. Tutto chiaro. Intanto mia moglie era scappata dall’altra parte del fiume e io ho gridato al vicino che avevo scoperto mia moglie con Trippiedi e poi mi sono girato per andarmene, ripromettendomi di sorprenderli in un’altra occasione. Proprio in quel momento l’ho sentita che diceva al vicino che l’avevo minacciata di morte, ma non era vero e così mi sono voltato e, avvicinandomi, le ho detto: “Se mi devi denunziare per quelle cose che non ti ho fatto, te le faccio per davvero!”. Lei ha avuto la sfrontatezza di replicare: “Si, si, l’hai fatto ed è bene che si sappia!”. A questo punto mi sono avvicinato ancore e le ho ripetuto: “Giacché è così, quello che non ti ho fatto poco fa te lo faccio adesso!”. Poi ho alzato la scure per colpirla ma il vicino mi ha bloccato e io gli ho detto di lasciarmi se no ammazzavo pure lui. Liberatomi, mi sono messo a rincorrere mia moglie che si era allontanata e l’ho raggiunta e colpita due volte alla testa con la scure, poi mi sono allontanato con l’intenzione di andare dal mio avvocato e poi costituirmi…
– Sicuro che vostra moglie stava nei fagiolini con questo tale Trippiedi? Pare che nessuno lo ha visto…
– Vi dico che l’ho visto con questi occhi! – fa, alterandosi, mentre si mette gli indici sulle palpebre.
Il Brigadiere Marrapodi non esclude nessuna ipotesi e per avere le idee più chiare chiama in caserma Leone Di Tommaso, alias Trippiedi.
– Sono stato tutto il giorno a raccogliere fichi in contrada Forzata con mia madre e mia sorella. Quando sono tornato in paese, nel pomeriggio, tutti parlavano del fatto che Francesca Frega era stata sorpresa in mia compagnia al Fiumicello e che per questo il marito le aveva aperto la testa in due. Come vi ho detto, io ero da un’altra parte e non capisco perché l’assassino ha messo in giro questa voce. Adesso mi ha proprio seccato! È da tre anni che va avanti così. Brigadiè, voi qui ci siete da poco, ma se ancora non lo avete fatto, prendete il fascicolo di quell’uomo e vedrete che già tre anni fa aveva tentato di ammazzare la moglie con una revolverata dicendo che se la intendeva con me. Sicuramente l’ha uccisa per altri motivi e per scampare alla condanna mette in giro la storia dell’onore!
E ha ragione. Il 10 maggio 1945, Viola sparò un colpo di rivoltella alla moglie che solo per miracolo non le fu fatale, trapassandole da parte a parte la mammella sinistra. Non contento, l’afferrò per la gola e cercò di spararle in faccia, ma la figlia Dusolina ebbe la prontezza di afferrargli il braccio armato spostandolo. Il colpo andò a vuoto e la donna riuscì a divincolarsi e a scappare. Viola in quella occasione se la cavò con un anno e nove mesi di reclusione e una volta uscito di galera tornò in famiglia come se niente fosse accaduto. Ma perché a Francesco Viola venne in mente che la moglie aveva una relazione extraconiugale con Trippiedi?
Nel mese di aprile del 1944 Leone Di Tommaso chiese la mano di Dusolina Viola, che non conosceva personalmente. Francesco, sebbene fosse rimasto sorpreso da quella richiesta poiché Trippiedi aveva all’epoca 36 anni e la figlia appena 19, non si dimostrò dispiaciuto perché era un buon partito. La figlia, invece, non ne voleva sapere di quel fidanzamento e Francesco avvertì De Tommaso del rifiuto di Dusolina. “ Se voi e vostra moglie non siete contrari, vorrei continuare il corteggiamento perché sono convinto che vostra figlia alla fine cederà” rispose De Tommaso e Francesco Viola acconsentì che le visite continuassero. Ma qualche sorriso rivolto da Di Tommaso a sua moglie gli fece balenare il sospetto che l’uomo andasse in casa non per corteggiare sua figlia, bensì per insidiare sua moglie. La scintilla della gelosia morbosa fece scoccare un incendio e cominciarono furiose scenate. La situazione precipitò quando si presentò l’occasione di un nuovo fidanzamento per la ragazza e la madre si mostrò assolutamente contraria preferendo Di Tommaso. Così, di lite in lite, si arrivò alla revolverata. Una volta uscito dal carcere e tornato a casa la situazione non migliorò e le liti continuarono fino al tragico epilogo.
Per quanti sforzi faccia, il Brigadiere Marrapodi non riesce a trovare un solo testimone che dichiari di essere a conoscenza di una relazione tra Trippiedi e la povera Francesca, non fosse altro che per la sua età avanzata, avendo ormai toccato i 57 anni. Marrapodi, quindi, sentiti molti testimoni che descrivono Francesco Viola come un anormale, mette nero su bianco che si ha ragione di credere che il Viola Francesco abbia commesso il delitto perché fissatosi sulla convinzione che sua moglie lo tradisse.
Questa ipotesi è subito sposata dal difensore di Francesco, l’avvocato Domenico Mazziotti, che chiede per il suo assistito una perizia psichiatrica non essendo convinto della integrità delle sue facoltà di intendere e volere. Anche il medico del carcere di Castrovillari è di questo parere e si associa alla richiesta di perizia.
Nel frattempo la Procura della Repubblica di Castrovillari chiude l’istruttoria e chiede il rinvio a giudizio di Francesco Viola per omicidio volontario, ma la Sezione Penale della Corte d’Appello di Catanzaro accoglie le richieste del difensore e del medico del carcere e dispone il ricovero dell’imputato in manicomio giudiziario e viene indicato allo scopo quello di Napoli.
Mi trovo in carcere per omicidio, ho ucciso mia moglie per ragioni di amore. – comincia a raccontare al dottor Giulio Cremona, Direttore del manicomio giudiziario di Napoli – L’ho trovata con l’amante e ho commesso il delitto.  Prima ero al carcere di Castrovillari, mi hanno condotto qui per perizia. Mi dissero: vai a Napoli e stai zitto. Ed ora eccomi qui.
Il dottor Cremona è particolarmente attirato dal comportamento tenuto da Francesco nel periodo di osservazione: corretto, rispettoso, disciplinato, tranquillo, ordinato, pulito e non ha mai dato luogo a rilievi per anormalità di condotta. Nei diversi esami ai quali è stato sottoposto si è prestato volentieri ad ogni prova e ha subito interrogatori anche per ore senza stancarsi mai. Ha messo soprattutto in evidenza la pacatezza nell’esposizione, se anche qualche volta si è dovuto interrompere per asciugarsi qualche lagrima, l’ordine, la coerenza e una precisa rievocazione di fatti e di circostanze attraverso una minuta narrazione con citazioni di nomi, di località, di date.
Ma Cremona nota anche che, sebbene Viola si dichiari addolorato per ciò che ha fatto, non ha la spontaneità, il calore e lo slancio che sarebbero più proporzionati al caso. Il perito è certo che Viola sia stato spinto a uccidere dall’intensa morbosa convinzione di essere realmente stato vittima dell’infedeltà della moglie, del suo sprezzante offensivo trattamento.
Viola è dominato, non solo dal sospetto soggettivo, ma dalla certezza obbiettiva che la moglie sia stata una infedele e che abbia tramato insieme col Di Tommaso contro di lui fino a desiderare la sua morte. Tale certezza proviene da morbosa sospettività, da errori di giudizio, da falsi apprezzamenti, da una critica unilaterale e superficiale, che spingono il soggetto a trarre da banali ed inconcludenti episodi induzioni spropositate, illogiche, assurde e lo conducono a concezioni morbose.
La verità è dunque che questa alterazione del sentimento è nata, nel Viola, dall’immaginazione ed è stata una creazione del pensiero deviato e travolto da una tendenza a interpretare in modo soltanto soggettivo, fantastico ed assurdo alcuni avvenimenti.
Quindi, secondo Cremona, Francesco Viola è malato di mente e non ha capacità di intendere e volere essendo affetto da delirio geloso-persecutorio, ma non è in grado di stabilire se e quando ci sarà la guarigione per cui se egli non sarà giudicato ora non lo potrà essere, con ogni probabilità, neppure in seguito e quindi, conclude, può presenziare al dibattimento ma non è in grado di provvedere con capacità di intendere e volere alla propria difesa.
Siamo alla fine del mese di maggio del 1950 e il processo viene sospeso in attesa di novità in merito alle condizioni mentali dell’imputato. La situazione sembra essere ottimale verso la fine del 1951 e il processo viene spostato a Cosenza e messo di nuovo a ruolo per la metà di dicembre, nonostante le proteste del difensore.
Il 12 dicembre 1951 si apre il dibattimento che dura solo tre giorni. Il 14 dicembre la Corte dichiara il non luogo a procedere contro l’imputato perché non imputabile per vizio di mente e ne ordina il ricovero in un manicomio giudiziario per almeno dieci anni.
Gli avvocati Mazziotti e Salerni, difensori di Francesco, impugnano subito la sentenza ritenendo che dieci anni in un manicomio giudiziario siano troppi. Ne basterebbero non più di cinque, ma dopo quattro mesi di attesa il ricorso viene respinto e Francesco Viola trascorrerà i prossimi dieci anni in quel di Napoli.[1]

 

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