IL MAESTRO FASCISTA

È il pomeriggio dell’11 novembre 1923, c’è molta umidità e fa freddo. Tre ragazzi stanno spingendo di corsa una carretta lungo le stradine di San Pietro in Guarano per depositarla in un locale sito all’estremità del paese, quando si trovano davanti i due maestri elementari della scuola locale, di ritorno dalla solita passeggiata, Andrea Cassano e Vincenzo Fiorita.

Largo! Largo! – urla uno dei tre ragazzi ai maestri.

Cassano, forse infastidito perché si era dovuto fare un po’ da parte, colpisce ad una natica col suo bastone da passeggio il sedicenne Luigi Veneziani il quale, irritato, raccoglie da terra un sasso e glielo lancia contro, senza per fortuna colpirlo. Il maestro, a sua volta, reagisce in modo spropositato impugnando la sua pistola 7,65 a nove colpi e puntandola contro il ragazzo che, terrorizzato, scappa come un fulmine e se ne torna a casa dove racconta tutto a sua madre.

‘Unn’u dire a papà – si raccomandano l’un l’altro e la cosa finisce lì.

Il pomeriggio del 12 novembre, finita la giornata lavorativa, gli uomini si trovano come al solito in Piazza Umberto I° per chiacchierare o per bere un bicchiere nel caffè di Peppino Sicilia. Verso l’imbrunire, seduti su un gradino a fianco del negozio di Gennaro Mastroianni, attiguo all’albergo di Vincenzo Veltri, ci sono Eduardo Veneziani, il padre di Luigi, e il diciottenne Luigi Intrieri che gli sta raccontando l’accaduto del giorno prima.

Luigiù, io non ho nessuna intenzione di bastonare il maestro per quello che è successo ieri, però desidererei conoscere da lui i fatti come si sono svolti – gli dice con calma, proprio mentre sulla piazza, di ritorno dalla solita passeggiata, si affacciano i maestri Cassano e Fiorita.

Eduardo li vede, si alza e raggiunge i due, quindi mette una mano sulla spalla di Cassano chiedendo qualche spiegazione sui fatti avvenuti la sera prima col figlio e i due cominciano a confabulare. Sono ormai le 19,30 ed è buio pesto.

Nel caffè di Peppino Sicilia c’è un gruppo di amici che sta bevendo un bicchiere di rosso  mangiando delle castagne. Salvatore Murano è seduto su una cassetta nella parte interna della porta quando, grazie alla poca luce che dal caffè filtra sulla piazza, si accorge che due persone sono venute alle mani davanti alla sartoria di Francesco Greco. Subito si alza ed esce per cercare di separarli ma adesso sono finiti davanti alla sartoria di Luigi Intrieri e gli sembra che i due siano caduti a terra dandosele di santa ragione. Proprio in questo momento echeggiano due colpi di pistola e per brevissimi istanti la piazza è illuminata dai lampi delle detonazioni: Andrea Cassano con una pistola in mano è di fronte ad Eduardo Veneziani che barcolla.

Salvatore Murano avverte un dolore acutissimo alla regione scapolare destra e ritorna di corsa nel caffè, dove scopre di essere stato ferito di striscio da un proiettile. Fuori sembra essere tornato il silenzio ma, all’improvviso, riecheggiano altre quattro detonazioni. Dopo il fuggi fuggi generale, tornata la calma, molti corrono sul posto per capire bene cosa sia davvero successo, ma dal lato opposto della piazza un altro sparo fa ripiombare tutti nel terrore.

Qualcuno porta una lanterna e tutti possono vedere Eduardo Veneziani steso per terra in una pozza di sangue che rantola. Lo prendono in braccio e lo portano a casa ma muore prima che il medico sia arrivato.

Il Maresciallo Michele Era e i suoi sottoposti stanno cominciando a cenare quando sentono, da lontano, riecheggiare le prime due detonazioni. Dubitando che si fosse trattato di malefizio, ordina ai suoi uomini di rimettersi la divisa per andare a vedere cosa sta succedendo, proprio quando riecheggiano le seconde quattro detonazioni e poi la settima, l’ultima. I Carabinieri arrivano trafelati nella piazza mentre una grande folla di uomini e donne sta trasportando Veneziani che non dà più segni di vita. Intanto arriva il medico condotto che riscontra sul corpo di Veneziani sei ferite d’arma da fuoco di piccolo calibro, tutte concentrate tra il torace e l’addome.

Era va a casa del maestro Cassano, lo trova ferito da un colpo di pistola ad un piede e, dopo di averlo medicato, lo porta in caserma e lo interroga.

– Mi ha fermato in piazza per rendersi consapevole delle minacce fatte al figlio la sera prima, ma io non avevo fatto alcuna minaccia con la pistola al ragazzo; egli voleva per forza lanciarmi una pietra e io alzai la mano destra in atto di esortazione e gli dissi: “bada che se tu tiri il sasso, ti raggiungo col bastone”. Egli, che era già lontano da me, se ne andò dicendo che sarebbe andato a denunziarmi in caserma. Io, nel ritirarmi insieme col Fiorita, domandai per curiosità all’appuntato e ad un carabiniere che si trovavano in caserma se realmente fosse andato da loro a lamentarsi di me un ragazzo. Ne ebbi risposta negativa e mi rassicurò dicendo che, avendolo solo urtato col bastone non avevo commesso nulla di male. Stasera io e Fiorita stavamo attraversando la piazza quando vidi che un uomo, di corsa, cercava di raggiungerci, mi voltai e riconosciuto il Veneziani che, infuriato, mi afferrò subito per il petto e mi diede in faccia un così sonoro pugno che mi sento ancora stordito e ho la sensazione di avere perduto l’udito dell’orecchio sinistro. Mi sballottava come un cencio ed alla fine mi addossò al muro con tale violenza che se io non fossi stato garentito dalla parte posteriore del cappello avrei certo riportato una lesione all’occipite che, per fortuna, non rimase neppure contuso. Egli mi diè poscia un calcio alla tibia destra. Caddi allora a terra anche perché il Veneziani mi teneva ancora stretto al petto spingendomi e mi si buttò su con tutto il peso del suo corpo tenendomi non so se uno o tutti e due i ginocchi sul petto e le mani alla gola, non producendomi, per fortuna, né abrasioni alla gola, né contusioni sul petto. Io mi vidi allora perduto, perdetti la sensazione di quello che accadeva, misi meccanicamente mano alla mia rivoltella e dovetti certo sparare parecchi colpi e non so nemmeno dire come mi sia trovato ferito al piede sinistro. Ricordo solo confusamente che il Veneziani ad un certo punto mi lasciò e che potei, così, ritirarmi a casa mia

– Se fosse vero che il Veneziani vi aveva ridotto in quello stato, certamente non vi avrebbe dato agio di estrarre la rivoltella – obietta il Maresciallo, che ha molti dubbi sulla versione di Cassano.

Io non so che dire… ma è certo che riuscii ad estrarre la rivoltella

I dubbi che ha il Maresciallo Era riguardano tanto la sequenza dei colpi – due all’inizio, poi quattro dopo almeno un paio di minuti e infine l’ultimo a distanza di ancora qualche minuto –, che il motivo per cui fu esploso l’ultimo colpo, forse sparato in suo pregiudizio allo scopo di incolpare il Veneziani e sostenere la tesi della legittima difesa. A pensarci bene ci sono un altro paio di punti poco chiari secondo il Maresciallo: se davvero Veneziani buttò a terra Cassano, come mai i suoi vestiti sono perfettamente puliti e non hanno alcuna traccia di terra? E come mai di tutti i testimoni presenti al fatto solo due dicono di averlo visto a terra, mentre gli altri giurano che quando sparò sia lui che Veneziani erano in piedi l’uno di fronte all’altro?

La risposta è nel verbale che invia al Procuratore del re il 17 novembre:

Precisasi che il testimone Berardo Vincenzo pare sia stato comprato dalla famiglia del detenuto Cassano Andrea poiché allo scrivente risulta che la mattina dopo il delitto, la moglie del Berardo parlando nelle vicinanze di questa caserma con Fiorita Vincenzo, altro teste favorevole al Cassano, le faceva comprendere insistentemente, con la mossa delle mani fatte a pugno, di dire al marito che non avesse dimenticato di far comprendere alla giustizia che Veneziani aveva afferrato per la vita il Cassano buttandolo a terra, premendogli il ginocchio sullo stomaco.

Il Fiorita, nella sua dichiarazione, afferma di essere stato presente alla colluttazione fra il Cassano ed il Veneziani mentre a noi, nel nostro ufficio la sera stessa, nel primo interrogatorio ci riferiva di non aver visto nulla di quanto era accaduto, essendosi rifugiato nella sartoria di Greco Francesco non appena si era accorto che il Veneziani li raggiungeva nella piazza, chiudendo la porta, come pure nel primo momento affermò il Cassano dicendoci che era stato il Fiorita a rovinarlo. Per cui è da ritenersi che tanto il Berardo che il Fiorita siano falsi testimoni. È da notarsi che il Berardo non gode buona fiducia in paese ed è notorio a tutti che egli facilmente trascende alla corruzione. Prova ne sia che la sera dell’avvenuto delitto, i fratelli del Cassano, Francesco e Domenico (quest’ultimo Parroco), pregarono il sottoscritto insistentemente di sentire quali testimoni il Berardo ed il Fiorita per paura che poi non corrispondevano al loro intento. Infatti solo i due suddetti Fiorita e Berardo asseriscono che il Cassano era stato buttato a terra e percosso dal Veneziani, prova ne sia, a contrarietà delle affermazioni dei due testi, che al Cassano, subito arrestato, abbiamo constatato che gli abiti che indossava erano completamente puliti, senza alcuna traccia di lordura od imbrattatura, data l’umidità del suolo stradale, piuttosto sporco. Mentre se il Cassano, come lui afferma ed i testimoni Berardo e Fiorita, fosse stato effettivamente buttato a terra, gli abiti dovevano essere sporchi. Per cui sarà convinzione che i testi Fiorita e Berardo siano falsi.

I dubbi e le certezze del Maresciallo Era sono confermati sia dalle dichiarazioni, estremamente precise e dettagliate di Teresina Settino e Luigi Intrieri, che dai risultati dell’autopsia:

Essi stavano in piedi, uno di essi spingeva l’altro con una mano, mentre con l’altra teneva in mano un’arma da fuoco che sparava contro l’individuo che aveva vicino. viddi uno di essi cadere seduto a terra e l’altro che continuava a sparargli a dosso… – dice Teresina Settino.

Il Cassano, dopo ciò, cercava di andare per la via San Bruno, se non che ritornò indietro allorquando il Veneziani, colpito a morte, era riuscito a raggiungere il sedile del Mastroianni. Il Cassano, che fiancheggiava la barberia di Agostino Martire, sparava altri due colpi sulla persona del Veneziani. Sentii poi altro colpo d’arma che il Cassano si ha sparato da solo. Affermo ancora che quando il Veneziani raggiunse la prima volta il Cassano, che non aveva ancora sparato, il maestro Fiorita si era già rifuggiato nell’abitazione di Francesco Greco, senza che egli avesse visto nulla dell’accaduto – rincara Luigi Intrieri.

Adesso, con questa dichiarazione è chiara anche la dinamica dei fatti: Cassano spara i primi due colpi e poi fa per allontanarsi ma si accorge che Veneziani è ancora vivo, quindi torna indietro e gli spara altri quattro colpi, poi si allontana e nella fuga si spara da solo al piede sinistro.

L’autopsia è ancora più chiara: causa unica ed esclusiva della morte del Veneziani i colpi di arma da fuoco i quali attinsero il defunto alla regione toraco-addominale e penetrarono in cavità; i colpi suddetti furono esplosi tutti a breve distanza e presso a poco a meno di un metro; dalla direzione del tragitto seguito dai proiettili penetrati in cavità si deduce che i colpi furono esplosi stando l’ucciso e l’uccisore di fronte.

Omicidio volontario senza ombra di dubbio e una difficile difesa per l’avvocato Tommaso Corigliano, il quale punta a screditare la vittima tirando fuori reati pregressi commessi da Veneziani, di cui nessuno trova però traccia, al fine di sostenere in modo indiretto la tesi della legittima difesa:

(…) Si compiaccia, infine, V.S.Ill.ma indagare sui precedenti dello ucciso il quale, appartenendo alla MANO NERA, ha dovuto far ritorno dall’America in Patria in fretta e furia per un assassinio commesso. (…) la indole prepotente ed aggressiva dello ucciso ed il timore che egli, per ciò, a tutti incuteva.

La Parte Civile non sta a guardare e l’avvocato Filippo Coscarella ribatte con garbo: La famiglia dell’uccisore – ricca di mezzi e con largo ed influente parentado – cerca di fuorviare la giustizia influendo sui testimoni al fine di far loro mutare i fatti. l’istruzione – preghiamo – si svolga rapida ed energica per rendere frustranei questi tentativi.

Insomma è una guerra senza esclusione di colpi e se da un lato i Carabinieri cercano di dimostrare che Cassano e i suoi fratelli stanno cercando di inquinare le prove comprando i testimoni, dall’altro si cerca di screditare la figura della vittima e dei suoi familiari, in particolar modo di un suo cognato, l’ex Carabiniere Francesco Mecchia il quale, giovandosi della sua proteiforme attività e delle sue ottime relazioni con la caserma locale dell’Arma, cerca tergiversare e capovolgere i termini della prova e di comprare a sua volta testimoni, come lo accusa apertamente l’avvocato Corigliano, secondo il quale anche i Carabinieri di San Pietro in Guarano sarebbero corrotti.

Ma su Cassano pesano come macigni alcuni fatti incontrovertibili e così cerca, attraverso una dichiarazione spontanea, di chiarirne alcuni, nella speranza di attenuarli:

Quando mi sentii libero dalle strette dell’avversario mi alzai da terra e me ne andai a casa. nell’interesse della Giustizia dico che nello stordimento in cui mi trovavo, anziché pigliare la via di casa mia, pigliai prima l’opposta direzione e cioè salii verso il Municipio e fin quasi al negozio di Boscolo Francesco e poi scesi quasi di corsa verso la mia casa. Mentre così facevo, proprio davanti allo spaccio di Sali e tabacchi di Settino, la pistola mi cadde a terra dalla tasca posteriore del pantalone e sparò un colpo; io, allora, spaventato guardai dietro di me e, vista per terra la pistola, la raccolsi e seguitai ad andare verso casa. ricordo ancora che mia moglie disse al maresciallo: “Guardate il cappello, maresciallo, questo, essendo sporco di terra di strada, vi convinge che mio marito è caduto”

Peccato che in questa dichiarazione commetta due errori grossolani. Il primo è che dimentica di aggiungere che, ammesso che le cose siano andate come dice di ricordare, con quel colpo si è ferito al piede; il secondo errore è che lui stesso nel primo interrogatorio dice che quando Veneziani lo avrebbe spinto contro un muro fu proprio il cappello che lo protesse dall’urto e gli evitò una contusione alla nuca, particolare che forse la moglie non poteva ancora conoscere, ma lui si e riferendolo a suo vantaggio evidentemente sta mentendo.

Come se non bastasse, a cercare di ingarbugliare ulteriormente le cose, si ci mette anche un anonimo che spedisce una lettera al Procuratore del re con il suggerimento di ascoltare alcuni testimoni che sarebbero in grado di confermare le accuse lanciate dall’avvocato Corigliano contro il povero Veneziani e suo cognato Francesco Mecchia, accusato anche di fomentare gli attriti esistenti tra il maestro Cassano e la sua Direttrice Didattica. In più, l’anonimo narra anche di strane manovre fatte da Veneziani e da suo cognato nell’ambito del Consiglio Comunale di San Pietro, di cui il primo era Consigliere e il secondo Assessore e poi Sindaco facente funzioni, manovre atte a sfiduciare il Sindaco nell’ambito della lotta politica tra fascisti e popolari, con grave offesa dei diciotto Consiglieri fascisti, uno dei quali è, appunto, Andrea Cassano.

In un altro momento storico questa lettera non sarebbe stata presa in nessun conto, ma siamo all’inizio del regime e non bisogna fare confusione. Così gli inquirenti si fanno consegnare dal Comune di San Pietro in Guarano 3 verbali del Consiglio Comunale nei quali è tutto documentato e adesso che si è riusciti a deviare l’attenzione verso la politica dimenticando il fatto in sé, tutto potrebbe cambiare.

Ma per il Procuratore Generale del re i fatti restano fatti e scrive: (…) costui [Andrea Cassano] confessando la uccisione tenta giustificarsene invocando la necessità di difendersi dalla violenta aggressione con pugni, schiaffi, calci, pestamenti a terra a cui fu sottomesso dal Veneziani. Questa versione è contrastata anzitutto dagli accertamenti immediati fatti dall’arma sui suoi panni: se egli fosse stato piegato a terra e sbattuto contro il muro nel modo come narra, il bavero della giacca, i gomiti delle maniche dovevano portare le tracce della polvere, del fango raccolto nei forti attriti; invero non ne presentavano e quella lieve traccia del cappello esibito, se alcuna cosa dimostra, è che se vi fu una colluttazione, essa fu breve e leggiera. È contrastata, poi, da altri accertamenti generici: a) almeno due delle lesioni riscontrate sul cadavere di Veneziani Eduardo non furono inferte nella posizione voluta dal Cassano, ambo furono inferte a distanza ed in posizione diversa dalle altre quattro; b) la posizione voluta non spiega la lesione di striscio da proiettile riscontrata da Murano Salvatore: il proiettile che lo ha colpito doveva essere esploso da chi fosse in piedi; c) la ferita al piede dello stesso Cassano proclama chiaramente che egli sparò mentre era elevato. Quanto si deduce dalla generica viene confermato dalla specifica: i testimoni narrano la cosa in modo ben diverso dal come la assume il Cassano. Innanzi tutto la testimonianza del compare Fiorita non giova se al primo colpo egli già trovavasi rifugiato nella bottega del sarto Greco; il teste Berardi non sa spiegarsi  come il Cassano cadde a terra; afferma che un sol colpo fu tirato in questa posizione, poi i due si alzarono ed erano divisi; Veneziani fece per accasciarsi e si ebbe altri due o tre colpi; poi Cassano si allontanò ma tornò ed esplose altri tre colpi. Ora, questi gruppi di colpi in tre serie e in momenti ed in luoghi diversi, questo allontanarsi del Cassano e tornare poi indietro, sono affermati da tutti gli altri testimoni. Se anche volesse ritenersi per vero quanto affermano Fiorita e Berardi, l’aggressione del Veneziani si limitò ad uno schiaffo, donde la colluttazione per cui i due caddero a terra e per cui vi fu il primo colpo. Poi avvennero gli altri quando i due erano di fronte, in piedi e si muovevano. Anche da queste due prime e favorevoli testimonianze si evincerebbe tale sproporzione tra l’aggressione e la reazione, da rendere insostenibile anche una ipotesi subordinata di eccesso nella difesa. Pertanto non può dubitarsi della volontà omicida del Cassano, denunciata dall’arma, dal numero dei colpi, dalle lesioni inferte tutte a luoghi vitalissimi e sovratutto dal fatto che tutto era finito e mentre Veneziani era caduto, il Cassano, che già si allontanava, tornò a fare il resto, dimostrando chiaramente che aveva una spinta criminosa ignobile: l’ira e che non era soddisfatto di come l’aveva già sfogata, cioè tornando ad uccidere chi era già moribondo.

Parole durissime che non lasciano spazio ad alcun dubbio e che portano alla richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Cassano con l’accusa di omicidio volontario. È il primo aprile 1924.

La Sezione d’Accusa su questa ricostruzione non ha nulla da eccepire e la accoglie rinviando Cassano al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, ma, in parziale difformità con la richiesta della Procura, ritiene che Andrea Cassano debba rispondere anche della minaccia a mano armata fatta al figlio di Veneziani. È il 23 giugno 1924.

Per iniziare il dibattimento si dovrà aspettare la fine di gennaio 1925 quando Andrea Cassano ha scontato già più di 14 mesi di carcere preventivo ma, nel frattempo, in Italia le cose sono già profondamente cambiate.

Dopo tre udienze noiose, la Corte si ritira ed è subito in grado di emettere una sentenza: il maestro elementare Andrea Cassano viene assolto poiché ha ucciso Eduardo Veneziani per esservi stato costretto dalla necessità di respingere da sé una violenza attuale ed ingiusta.[1]

Non resta che scarcerarlo immediatamente e magari chiedergli scusa per averlo lasciato in carcere 14 mesi e mezzo, facendogli perdere anche l’esame di Direttore Didattico.

Si, le cose sono profondamente cambiate. In peggio.

Il Pubblico Ministero non ricorre in appello.


[1] ASCS, Processi Penali.

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