L’INNOCENZA DEL MIO BAMBINO

È la notte del 14 aprile 1896. Rachele Mauri, trentanovenne contadina di Tortora, sta dormendo nel letto grande con Antonio, il suo bambino di otto anni. Poi si sveglia perché sente che il figlio si lamenta nel sonno ogni volta che tenta di girarsi nel letto e si tocca il culetto. Amorevolmente, senza svegliarlo, se lo stringe al petto e, dopo un “ahi!”, sembra calmarsi.

Quando la mattina, poco dopo l’alba, Antonio si sveglia e a fatica si mette in piedi, la mamma gli chiede dove gli fa male e cosa gli è accaduto. Il bambino, con i lucciconi agli occhi, le indica il posto e la mamma gli dà un’occhiata, accorgendosi che qualcosa non va, così lo porta dal dottor Giovanni Pucci il quale, dopo averlo attentamente visitato, guarda sconsolato Rachele e le dice:

– È stato violentato…

La donna spalanca la bocca e sgrana gli occhi incredula, poi guarda il bambino che si nasconde il viso tra le manine, lo stringe al petto e lo convince a raccontare ciò che gli è accaduto:

Io guardavo il gregge insieme con Biagio Pucci … mi prese per la persona e, menatomi per terra bocconi, mi fece male al culetto… un altro giorno ugualmente mi gettava per terra e… – poi scoppia a piangere e non riesce a dire altro.

Il dottor Pucci, mentre Rachele cerca di consolare il bambino, prende un foglio di carta e, intinto il pennino nel calamaio pieno, redige un certificato da consegnare ai Carabinieri:

Avendo visitato il bambino, di circa otto anni, da Tortora, ho constatato prima sul generale di lui un abbattimento fisico e morale e poi sulla regione anale del medesimo: 1° l’ano infundimbutiforme; 2° irritazione attorno all’orificio anale; 3° una ragade longitudinale al di sotto dello sfintere anale. Tutto ciò mi induce a credere che il ragazzo in esame sia stato in preda ad uno stupro violento, recentemente avvenuto. Tutto questo si riferisce alla Giustizia Penale pe’ necessari provvedimenti.

Ma c’è un problema: Antonio non ce la fa a camminare fino a Praia a Mare per andare dai Carabinieri e Rachele decide di aspettare l’arrivo dei Militari nel loro ufficio di Tortora, previsto per il 21 successivo, data in cui anche suo marito sarà rientrato dal lavoro.

Il giorno previsto il Brigadiere Pietro Fino e il Carabiniere Francesco Cipolla sono nel loro ufficio di Tortora e ricevono la visita e la querela contro Biagio Pucci da parte di Rachele, suo marito ed il bambino, che, però, oltre a quello che ha già detto al medico non riesce a dire per aiutare i Militari nel loro compito. Ma intanto è necessario andare a prendere il quindicenne Biagio Pucci e chiedergli spiegazioni.

– Perché hai stuprato il bambino? – gli chiede Fino a muso duro per intimorirlo e farlo confessare. Ma Biagio è un osso duro, nonostante l’età.

Non è vero quello che mi si imputa!

– Lo hai fatto mentre pascolavate insieme le pecore!

Ho avuto occasione di pascolare gli animali sulla stessa contrada ove pascolava Antonio, ma giammai l’ho toccato, egli invece mi vuole male!

– Qualcuno ti ha anche visto spingerlo in malo modo…

Se io fui visto spingerlo onde ritirarsi presto a casa sua, ciò si fu perché faceva notte

Se non ha confessato davanti ai Carabinieri, forse parlerà davanti al Pretore che, però, preferisce percorrere una strada pericolosa: mettere a confronto i due, con il rischio che il bambino si blocchi e diventi facile preda del carattere deciso dell’imputato. Vediamo cosa succede.

Antonio a Biagio: È vero che nel mese di marzo pascolavo il gregge nella contrada Valle di Scannacane ed eri tu vicino a me e nessun altro si trovava sul luogo. Ti ricordi quando mi dicesti “Vogliamo fare?” ed io risposi di no? Tu mi prendesti, gittasti a terra, facesti cadere i calzoni e mi sforconiasti di dietro con la pizza! Ebbi un gran dolore e la sera, sentendo dolore, a stento potei camminare e tu mi spontoniasti (spingesti con urtoni. Nda). Ti ricordi che mi minacciasti che mi avresti gettato nel vallone e mi avresti ammazzato se io avessi rivelato il fatto a mia madre?

Biagio ad Antonio: Non è vero quanto tu dici! tu mi vuoi male! Tu ai fatto con Pietro, il figlio di Pasquale e ci sono i testimoni che l’anno detto!

Antonio a Biagio: Non è vero, tu sei stato!

Il Pretore ha azzardato e ha avuto ragione. Protetto dalla sua rassicurante presenza, Antonio si è liberato e ha raccontato tutto senza timore.

Poi emerge una circostanza che non hanno riferito nemmeno i genitori di Antonio: il bambino pascolava le pecore alle dipendenze del padre di Biagio, quindi affidato alla sua responsabilità, per quanto un quindicenne possa essere responsabile. Ma, quindicenne o non quindicenne, per la legge vigente questo aggrava la sua posizione perché oltre al reato di stupro violento, gli viene contestata l’aggravante di avere abusato della fiducia derivante da relazioni domestiche.

Il 10 luglio 1896 la Sezione d’Accusa accoglie la richiesta della Procura e rinvia Biagio Pucci al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza, che fissa la discussione della causa al 10 novembre successivo.

Tutto è pronto, ma c’è un colpo di scena: pochi minuti prima che la Corte entri in aula, Antonio ed i genitori si presentano in cancelleria e il padre deposita un foglio di carta bollata da una lira, sul quale è stata redatta la remissione di querela a favore di Biagio Pucci.

Ma tra qualche parola di spiegazione ed il tempo occorrente a protocollare l’atto, l’udienza inizia ed anche in aula c’è una novità: l’imputato è ammalato e la causa viene rinviata ad altro ruolo. In questo preciso momento entra un usciere e consegna al Presidente la remissione di querela.

A questo punto la Corte non può che prenderne atto e dichiarare il non luogo a procedimento penale contro Biagio Pucci, con la condanna del remittente alle spese.[1]

Perché?

[1] ASCS, Processi Penali.