IN FLAGRANTE ADULTERIO

Giacomo Capparelli, diciottenne da Rota Greca, durante il 1932 allaccia relazioni illecite con Elisa La Regina, il cui marito è da circa sette anni emigrato in America. Nella notte dal 17 al 18 novembre 1932, Giacomo viene visto entrare in casa di Elisa dal suocero che, avuto sentore della tresca, la tiene d’occhio e subito corre ad avvisare i Carabinieri per sorprendere gli amanti in flagrante adulterio, ma in caserma trova solo il piantone che gli consiglia di far constatare il fatto da testimoni. Allora l’uomo invita varie persone ad appostarsi intorno alla casa dell’adulterio e verso l’una di notte fa svegliare la madre ed i tre fratelli di Elisa che sono in paese, ignari della tresca, che accorrono subito e si mettono ad urlare:

– Elisa! Apri, vi abbiamo scoperti!

Ma invece di Elisa risponde Giacomo che, temendo l’ira dei tre fratelli, dice:

Aprirò solo quando arriveranno i Carabinieri!

A questo punto i fratelli maggiori di Elisa, Ernestino e Vincenzo, vanno ad informare i Carabinieri di quanto sta avvenendo, mentre il minore, Nelmiro, si apposta di fianco alla porta della casa.

In questo frattempo i due amanti, ritenendo che tutti si siano allontanati, aprono la porta e Giacomo tenta di sgattaiolare fuori dalla casa, ma Nelmiro, alla vista di quell’uomo che tanto disonore ha portato alla sua famiglia, è lesto a tirargli un violentissimo colpo alla testa con il nodoso bastone di cui si era provvisto, facendolo stramazzare a terra incosciente. Poi Nelmiro si gira di scatto cercando sua sorella per farle fare la stessa fine, ma Elisa è stata più lesta ed è riuscita a scappare mettendosi in salvo.

Giacomo è a terra immobile. Qualcuno prova a rianimarlo ma non risponde, così viene trasportato a casa e visitato dal medico che scuote la testa sconsolato:

– Non ha speranze di salvezza, ha una vasta frattura del cranio che ha provocato una imponente emorragia, gli restano pochi minuti…

Purtroppo ha ragione perché dopo pochi minuti Giacomo muore e i Carabinieri arrestano Nelmiro con l’accusa di omicidio volontario, ma secondo lui si è trattato di legittima difesa e dice:

– Quando hanno aperto la porta per scappare, Capparelli aveva una rivoltella in mano e ho pensato che volesse spararmi… per questo gli ho tirato la bastonata…

I testimoni presenti al fatto, però, lo smentiscono e affermano che il fuggitivo non aveva armi in mano. Ma Elisa, salva per la sua prontezza, dà ragione al fratello:

Giacomo era armato, ma io gli tolsi la rivoltella per timore che se ne servisse contro i miei fratelli

Ci sono altri due testimoni, non presenti al fatto, che depongono a favore di Nelmiro, affermando di essere stati insieme a Giacomo Capparelli la mattina del 17 novembre, cioè il giorno prima dell’omicidio, e di avere incontrato Elisa La Regina, alla quale Giacomo esclamò: “Che bella ragazza!”. Allora i due testimoni gli dissero “Stai attento che ha cinque fratelli!”. Giacomo, mostrando loro la rivoltella, rispose: “Non ho paura!”. Sarà vero o sono testimonianze di comodo? Si vedrà, magari durante il dibattimento se l’imputato verrà rinviato a giudizio.

Si, terminata l’istruttoria, Nelmiro La Regina viene rinviato al giudizio della Corte d’Assise di Cosenza per rispondere di omicidio volontario e la causa si discute il 14 marzo 1934.

La Corte procede ad interrogare l’imputato, che cambia la sua versione:

– Quando Capparelli uscì dalla casa, colla rivoltella fece segno verso di me, sicché io, temendo che mi sparasse, presi un bastone e lo colpii.

Con questa nuova versione dei fatti, la difesa chiede la non punibilità per avere agito in stato di legittima difesa o, in subordine, la concessione dell’eccesso colposo di legittima difesa.

Letti gli atti ed ascoltati i testimoni, che confermano di non aver visto armi in mano alla vittima, la Corte prima di tutto osserva: in relazione alle deposizioni a discarico, queste sono evidentemente inattendibili perché il fatto da loro narrato non è compatibile colla tresca già esistente tra Capparelli ed Elisa La Regina, onde non va tenuto conto. Né, del resto, in base ad esse potrebbe fondarsi la difesa legittima o il subordinato eccesso colposo nella difesa legittima indicati dai difensori dell’imputato, non bastando di certo il fatto di essere il Capparelli solito a portare l’arma, ma occorrendo invece dimostrare che egli di tale arma si fosse in quella occasione servito mettendo a pericolo o facendo credere in pericolo l’integrità personale dell’imputato. E ciò va escluso non solo perché va creduto quanto ha detto Elisa, essendo umano che essa, trovandosi tra l’amante adultero ed i fratelli, per colpa sua in contrasto, avesse cercato d’impedire che i fratelli offesi potessero essere colpiti dalla rivoltella dell’amante, ma anche perché tra l’interrogatorio dell’imputato nel primo momento e quello di oggi, dopo avere concordato la linea difensiva cogli abili difensori, è certamente più da credere il primo, specialmente considerando che questo risponde più alla logica delle cose, in quanto è chiaro che Capparelli, che non voleva uscire se non fossero venuti i Carabinieri, non sarebbe uscito se non avesse veramente creduto che veramente potesse farlo, per essersi i fratelli dell’amante allontanati e che se uscendo avesse impugnato la rivoltella e si fosse accorto del Nelmiro La Regina che alzava il bastone per colpirlo, avrebbe avuto tutto il tempo ed il modo di evitare il colpo sparandogli. Quindi, se Nelmiro riuscì ad assestargli quella potente bastonata, fu perché proprio egli si trovava, come disse nel primo interrogatorio, appostato a fianco della porta ed il Capparelli uscì senza accorgersi di lui ed ebbe tutto l’agio di colpirlo. La Regina non colpì l’avversario perché si trovò di fronte ad un pericolo attuale, reale o erroneamente creduto tale, di una offesa ingiusta (che nella specie sarebbe dovuta essere alla persona), ma soltanto per lavare nel sangue, come egli più volte dichiarò, l’oltraggio all’onore della sua famiglia, così come voleva pur fare contro la sorella. Del resto l’imputato non poteva ritenersi in pericolo pel fatto stesso di essere il Capparelli uscito dalla casa dove era chiuso e perciò nella necessità di ucciderlo o ferirlo per difendersi da tale pericolo perché era evidente che quello che anelava Capparelli era soltanto di potersi liberare da quella grave posizione in cui si era cacciato. Bastava lasciarlo scappare indisturbato per essere completamente sicuro che nessun danno a lui avrebbe arrecato.

Accertato che non si è trattato di legittima difesa o di eccesso colposo, la Corte invece ritiene che compete al La Regina quella speciale diminuente d’avere agito nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onore suo e della sua famiglia, avendo colpito il drudo della sorella nell’atto in cui ne scoprì l’illegittima relazione carnale colla medesima, per cui il suo delitto va inquadrato nella speciale figura di reato di omicidio per causa d’onore, figura di reato che comprende in sé come circostanze attenuanti speciali del delitto l’essere commesso per un motivo di particolare valore morale, quale è la difesa dell’onore e come reazione allo stato d’ira determinato dal fatto ingiusto dell’offesa.

Ma ancora non si è parlato della volontà o meno di Nelmiro di uccidere. Per la Corte non ci sono dubbi: ha colpito per uccidere e lo dimostrano il grosso, nodoso bastone che ha usato, la parte del corpo attinta, la testa, e la violenza con cui assestò il colpo.

Chiarito ogni aspetto della causa, è il momento di calcolare la pena da infliggere a Nelmiro La Regina: tenendo presente che si tratta di un imputato che al momento del fatto aveva da poco sorpassato i 18 anni, la Corte ritiene di applicare il minimo di anni 3 di reclusione, oltre alle spese, ai danni e alle pene accessorie.

Il 22 maggio 1935, la Corte d’Assise di Cosenza, in virtù dell’articolo 1 del R.D. 25 settembre 1934, dichiara condonato il residuo di pena di anni 1, mesi 1 e giorni 18.[1]

[1] ASCZ, Sezione di Lamezia Terme, Sentenze della Corte d’Assise di Cosenza.